La storia

NASCITA E SVILUPPO DELLA SAN GIORGIO

Il 23 aprile 1958 nasce la San Giorgio prendendo il nome del santo di quel giorno. Nella circostanza si incontrano due personalità in varia misura e con varie attitudini legate al mondo della ceramica. Il più anziano, il non ancora quarantenne Eliseo Salino, vantava già una consolidata esperienza con la FAC (Fabbrica Albisolese Ceramiche) e il più giovane, Giovanni Poggi, terminato il servizio militare, aveva affinato la sua attitudine di torniante nel corso di un tirocinio durato dal 1955 al 1957 presso le Ceramiche Artistiche di Santa Margherita Ligure sotto la direzione di Giuseppe Pinelli.

Saranno in particolare tre grandi maestri a entrare prepotentemente in scena e a fornire, per così dire, il marchio alla giovane azienda: Asger Jorn, Agenore Fabbri e Wifredo Lam.

Nel 1959 Jorn riceve l’incarico dal Ministero della Cultura danese di realizzare un’opera di notevoli dimensioni da collocare su una parete dello Staatgymnasium di Aarhus, importante centro dello Jutland. L’idea iniziale prevedeva un affresco ma infine, dopo un colloquio con Eliseo Salino, la scelta cade su una ceramica in rilievo che avrebbe dovuto interessare circa cento metri quadrati di superficie. Un’impresa complessa sotto tutti i punti di vista. 

Lucio Fontana aveva da molti anni un rapporto di collaborazione con Tullio Mazzotti, che risaliva al tempo del suo approdo albisolese prima della guerra, ma aveva voluto saggiare le capacità di Poggi e soci. Del suo transito sono ancora visibili, oltre ad alcune esecuzioni tormentate  e trafitte dal suo inconfondibile segno, i progetti tracciati a matita sulla parete della San Giorgio prossima all’ingresso. Anche Aligi Sassu aveva subito l’attrazione di questa nuova realtà riversando la sua fantasia creativa in una serie di piatti e di piastre su cui spiccano cavalli infuocati e tipiche scene della corrida.

Agenore Fabbri sarà invece una delle personalità più importanti e costanti nella storia di questa manifattura a cui rimarrà affettivamente e creativamente legato fino al termine dei suoi giorni. A partire dal 1958 nasceranno qui alcune delle prove più significative da riferirsi al tormento esistenziale dell’uomo. Sculture in terracotta ingobbiata e ossidata e piatti con figure in rilievo offrono visioni di una tragedia senza fine interpretata da cavalieri straziati nel corpo e nell’anima, da cavalli stroncati dall’agonia, da cani ossuti e famelici, da donne col ventre dilaniato dall’orrore.

Il 1964 è un anno di cambiamenti per la San Giorgio: vi approda una giovanissima Silvana Priametto che “unica torniante femmina di Albisola, ha imparato da Poggi l’arte del tornio e da Salino ha ereditato l’abilità di modellare il ricco repertorio di statuine tratto dal mondo popolare: frati, preti, zampognari, pescatori, contadini.”[1] Qui conoscerà Piero, fratello di Giovanni e puntuale memorialista della manifattura, che diventerà suo marito: la figlia Simona entra nel gioco familiare occupandosi della sua storia. In seguito si aggiungeranno all’affiatata equipe Luisa Delfino, nel ruolo di decoratrice e di perpetuatrice degli antichi moduli albisolesi, e dal 1984 Matteo, figlio di Giovanni, che ripercorre l’iter paterno, in un felice e nostalgico rinnovo dei corsi e dei ricorsi dell’articolata storia, faticando ogni giorno al tornio, recuperando ogni volta l’impulso della creatività.

In quei primi anni sessanta viene in fabbrica, sulla scia di Jorn, anche un altro componente del Gruppo Cobra: Serge Vandercam. Abbandonata la macchina fotografica, si era da qualche anno convertito a una pittura popolata di figure fantasmatiche, zoo antropomorfe che risentivano del clima animistico in cui l’artista, danese di nascita ma belga a tutti gli effetti, era  cresciuto. Da Poggi non solo interverrà col pennello su grandi piatti e sul tondo delle giare ma realizzerà anche enigmatici “personaggi” scaturiti dai vasi che Giovanni gli prepara al tornio in attesa che lui intervenga sull’argilla ancora fresca per un gesto di appropriazione e di trasformazione.

Nel 1968 inizia la collaborazione di Mario Rossello con una serie di opere che hanno come ricorrente soggetto l’albero quale emblematico simbolo di una natura in cui l’uomo deve riconoscersi per preservare la propria identità. È un messaggio allegorico che ritorna costantemente nel suo pensiero e nel suo gesto, come si può notare nelle numerose composizioni ceramiche che egli ci ha lasciato quale preziosa testimonianza di una simile aspirazione salvifica.

Inoltre la San Giorgio godrà dal 1975 al 1977 del contributo attivo e proficuo di quel Wifredo Lam che Giovanni Poggi aveva conosciuto da Giuseppe Pinelli a Santa Margherita Ligure nel 1955 e che aveva già fatto una prima apparizione in fabbrica nel 1960 allorché Jorn aveva annunciato che quell’artista era più bravo di lui, senza sapere della precedente esperienza sammargheritese. Il rapporto di confidenza e di fiducia tra Giovanni Poggi e l’autore cubano diventa tanto stretto che quest’ultimo rifiuterà la collaborazione di altri durante il suo processo creativo. Poggi conosce perfettamente che cosa Lam pretende da lui e Lam sa di poter ottenere sempre il massimo dal supporto tecnico dell’amico. Un simile percorso simbiotico produrrà capolavori assoluti che vengono continuamente esposti nei musei di tutto il mondo a testimoniare non solo il valore dell’artefice ma a diffondere anche la conoscenza del marchio della San Giorgio che sigilla i piatti, i vasi, i bassorilievi.  

Altri importanti nomi di quel periodo che frequentano la San Giorgio? Pensiamo a Gianni Dova che trasferisce nella terracotta ingobbiata, graffita e smaltata, a partire dal 1974, i suoi “birds”, ovvero gli “uccelli” metamorfici che s’incontravano nelle tele, quindi Pietro Consagra con le sue misteriose architetture e i “piatti barocchi” di Milena Milani costante e attenta testimone di un periodo fecondo di ispirazione e di persone capaci di tradurre nel rigore espressivo delle immagini lo spirito critico del tempo.

Un momento importante per la rinascita culturale e artistica di Albisola si è avuta nel 1990 con la rassegna “Albisola. Gli artisti & la ceramica” poiché sono stati coinvolti alcuni importanti autori che non si erano mai cimentati con le terre. Nella circostanza è venuto a lavorare alla San Giorgio Sandro Cherchi e l’occasione ha favorito un fecondo rapporto di collaborazione, testimoniato dalle numerose sculture dal taglio aspro e dall’impressione di magmatica incompiutezza, interrotto solo dalla scomparsa del maestro; anche Aurelio Caminati ha iniziato la sua collaborazione proprio da quell’anno alternando le sue ironiche figure tridimensionali alla decorazioni di grandi vasi con scene allegoriche. E che dire di Alik Cavaliere, abituato ad avvalersi di materiali di recupero? Ha preso piatti e ritagli di scarto per creare assemblaggi, brevi racconti scenografici; Lucio Del Pezzo ha invece inserito a rilievo i suoi tipici simboli sui piatti o li ha graffiti o li ha dipinti con metafisica soavità; altri graffiti sono quelli dedicati da Emilio Tadini ad aerei personaggi che si muovono con una leggerezza da sogno. Importante è anche l’apporto di Antonio Recalcati che “coadiuvato da Giovanni Poggi, fabbrica 250 Vasi rotti che vengono acquistati dal Museo Ludwig di Colonia ed esposti alla Galleria Philippe Daverio di Milano”. In effetti i vasi realizzati da Recalcati furono in totale mille.

Albisola dunque ritrova di quando in quando lo spirito del tempo felice e ne rinnova i fasti in particolare alla San Giorgio che ha deciso di non bearsi solo delle glorie del passato ma di guardare sempre ai bravi artisti che verranno domani a cimentarsi col suggestivo mistero della ceramica



[1] Cecilia Chilosi, “Per una storia della manifattura ‘Ceramiche San Giorgio di Albisola” in Simona Poggi ( a cura di ), “Savona Canelli. Arte Doc. Opere dalle Ceramiche San Giorgio”, Ateneo, Genova, 2003, p. 24.